Se "Una farfalla, sbattendo le ali in America, potrebbe provocare un ciclone in Asia" allora ogni passo che facciamo in una qualsivoglia direzione potrebbe potenzialmente sconvolgerci la vita.
"fino a che non va a segno è tutto da giocare"
domenica 20 novembre 2011
Life is life
venerdì 30 settembre 2011
The T-shirts don't fit anymore...
Alcuni le chiamano regressioni. Altri invece
fughe dalla realtà. Gli psicologi le definirebbero forse come “valvole di
sfogo” per il cervello.
Fatto sta che per quasi tutti gli esseri viventi di
sesso femminile (e non) giunge quel momento in cui, guardandosi vagamente allo
specchio, s’improvvisano improbabili karaoke in playback, shakerandosi in un
movimento sgraziato che potrebbe, vagamente, assomigliare all’atto del ballare.
In quel momento si hanno due anni.
O forse, in quel momento, si è capita
l’essenza della vita.
In fin dei conti, tutti i problemi vengono relativizzati
se posti a confronto con problemi più grandi. Come quando al liceo
l’interrogazione appare un dramma esistenziale e, in seguito, una cazzata
planetaria una volta giunti nel mondo degli adulti e, magari, del lavoro.
Relativizzare.
Allo stesso modo, è solo quando la musica
solletica i timpani da confondere i pensieri che si potrà distintamente sentire
il rumore che fa l’anima.
In quel momento, con i battiti che rombano nelle
orecchie, forse, solo allora, si riuscirà a non raccontare cazzate alla parte
razionale di noi stessi. In quella cascata di felicità e malinconia si sarà
forse realmente sinceri. In quel caos si potrà ascoltare.
Un famoso film suggeriva di ballare ad occhi
chiusi saltando con un braccio teso in aria.
Sono momenti che si vivono e basta. In
silenzio. In solitudine. Con un retrogusto di vergogna. S’intuiscono ma non si
condividono apertamente.
È come la maglietta preferita
dell’adolescenza: vecchia, bucata e stinta ma che non si ha il coraggio di
buttare perché ricorda bei momenti e aspettative in seguito relativizzate.
Rovistando nell’armadio stasera l’ho
ritrovata.
L’ho indossata di nuovo.
Era corta: ma sapeva di buono.
L’ho indossata di nuovo.
Era corta: ma sapeva di buono.
domenica 11 settembre 2011
Next stop... best stop! Ironic, isn't it?
Avete mai pensato a quante situazioni
ironiche si verificano nell’arco di una giornata e quante di esse siano insite
all’interno della natura umana? Ad esempio, personalmente, mi chiedo come sia
possibile che le papille gustative che riconoscono i veleni, sulla lingua di un
essere umano, siano quelle posizionate più in fondo, raggiunte le quali è impossibile
sputare il veleno e si sarebbe, di fatto, condannati a morte. È come il
tramonto su un’autostrada mentre sfrecci a tutta velocità verso casa, così
bello da farti rischiare la distrazione e lo schianto. È come l’imperituro
gioco delle relazioni che non sono mai simmetriche ma sempre complementari e,
per giunta, con timing sbagliati, il più delle volte. È come il linguaggio
umano, un codice che il più delle volte annulla la forza di quanto si sta
provando nel momento stesso in cui si esprime tale sensazione a parole. È ironico
come dire addio senza volerlo dire. È duro come volere qualcosa e andare
esattamente nella direzione opposta, facendo scelte che allontanano dalla meta
invece di avvicinare. Del resto Simon stesso affermava che “La razionalità non assicura
intelligenza. Assumere che le persone hanno spesso ragioni coerenti con ciò che
fanno è affatto differente dall’assumere che esse sicuramente selezionano
quelle azioni che sarebbero oggettivamente ottimali alla luce dei loro
obiettivi”. La contraddizione ci rende ironici, l’ironia ci rende deboli, la
debolezza ci rende umani.
domenica 21 agosto 2011
Back to the waves...
Tornare alle onde, a quell’universo apparentemente banale e tanto unico che può comprendere solo chi lo abbia vissuto. Tornare a quel vento freddo che ti entra dritto nel collo, provocandoti un brivido che attraversa la schiena e ti fa sentire vivo. Tornare a quell’Oceano tanto immenso che ha la voce della coscienza, del te più profondo, a cui proprio non puoi mentire. Tornare a stare seduto su un minuscolo pezzo di resina nel mezzo di una potenza, sentire quella forza e la tua nullità, guardando un fondale cieco che fa tanta più paura quanto più complicato è il tuo Es.
Tornare ad aprire una porta a perfetti sconosciuti con la voglia e il presentimento che, ben presto, saranno la tua famiglia, o almeno una parte irremovibile e indimenticabile della tua vita. Quel tipo di persone delle cui storie, dei cui insegnamenti, racconterai ai tuoi nipoti. Lasciare a casa tutto: lavoro, preoccupazioni e apparenze, per approdare, poi, in un posto sospeso nel tempo, in cui non ricordi giorni ed ore se non quando il tempo, inesorabile, viene a chiedere il conto per la partenza.
Capire che le chiacchere che solitamente ti circondano, il “chi sei” “cosa fai” e più o meno direttamente il “cos’hai”, bhè, sotto l’ala protettrice di quel vento umido, non servono a nulla. E non interessa nemmeno di esser magri o grassi, con la manicure perfetta o con la muta più “figa” perché quello che sei lo dimostri in un sorriso e nel coraggio di affrontare quell’immensità. Tutt’insieme ma al contempo ognuno per sé.
Perché quando fai surf non stai solo praticando uno sport, stai imparando come maneggiare la tua vita. E l’Oceano te lo insegna subito. Non ti fa sconti, non è delicato, non ti aspetta, ma, ben presto, ti ritrovi a parlare con lui come si fa con un amico: con il tuo migliore amico.
Allora comprendi come un passo in più possa significare uno schiaffo in faccia da un’onda che s’infrange, come a volte, certe onde, siano più grandi di te e allora sia necessario puntare i piedi per non indietreggiare, come altre volte, quelle stesse onde, ti possano passare sopra senza recarti danno, mentre altre volte ancora richiedano apnea e mani in testa, per pararti da quello che credevi il tuo appiglio più solido: la tua tavola. Spesso, però, capita anche che l’unica cosa che rimanga da fare sia sedersi nel mezzo di quella distesa d’acqua, sentire il freddo di quel vento gelido che ti attraversa la schiena, la pelle d’oca, i muscoli che si contraggono e... aspettare. Aspettare l’onda perfetta o almeno la migliore della giornata. Senza dubbio, quella che ti consenta di stare in equilibrio sulla tua tavola da surf o, molto più probabilmente, solo sulla tavola della tua vita.
mercoledì 3 agosto 2011
Depende: y tu da què dependes?
Certe situazioni sono come la prima sigaretta. La si fuma senza un vero motivo, al massimo sull’onda di un attacco d’incoscienza, o per dimostrare, fatalmente, qualcosa al mondo o ai prossimi. Lo si fa per ripicca o per ribellione, alcuni lo fanno perché si annoiano, altri per sentirsi “fighi”. Taluni per sfidare il pericolo, altri per caderci, da coglioni, per tutta una vita. La prima boccata di sigaretta fa schifo. Tuttavia 90 su 100 la si proverà di nuovo poiché, se tante persone lo fanno, la “figata” sarà da qualche parte e qualcosa nelle “istruzioni” deve essere andato storto. Insomma basta applicarsi e “la figata” arriverà. Lo stesso accade con le relazioni, soprattutto di natura amorosa. Tutti raccontano che l’amore è una cosa meravigliosa e terribile allo stesso tempo, che ti rincoglionisce ma ti rende felice, che se sei innamorato sei più bello, che se, invece, hai il cuore a pezzi sei come il tizio della pubblicità progresso anni 90’ con l’alone viola attorno: sei uno sfigato repellente.
La prima sigaretta è calda e avvolgente, ha il brivido dell’adrenalina e la paura di essere scoperti ma la frenesia della trasgressione. È impacciata, insicura e sbruffona: il tutto allo stesso tempo. È far finta di avere sotto controllo la situazione e sé stessi.
Per favore, trovatemi le differenze con un primo appuntamento, di grazia.
Quando fumi la prima sigaretta non sai quanto ti possa far male, quanto giorno dopo giorno ti possa uccidere, quanto ti possa ingiallire i denti, peggiorare l’alito, mutare le abitudini caratteriali, impregnare la pelle tra l’indice e il medio. Oppure lo sai. Ma lo ignori. Quando sorridi e ti senti leggero e appealing, però, non sai nemmeno quanto ti possa far male quell’appuntamento per cui sul momento provi adrenalina, insicurezza, frenesia. Non sai quanto quel prossimo, in quel momento ancora un estraneo, potrebbe diventare familiare, entrando nella tua vita e cambiandoti colore, atteggiamento, sensazioni e piani. Del resto ci si stava uscendo magari senza un vero motivo, in preda ad un attacco d’incoscienza o al massimo per dimostrare qualcosa al mondo o a noi stessi, no?
La prima sigaretta è calda e avvolgente, ha il brivido dell’adrenalina e la paura di essere scoperti ma la frenesia della trasgressione. È impacciata, insicura e sbruffona: il tutto allo stesso tempo. È far finta di avere sotto controllo la situazione e sé stessi.
Per favore, trovatemi le differenze con un primo appuntamento, di grazia.
Quando fumi la prima sigaretta non sai quanto ti possa far male, quanto giorno dopo giorno ti possa uccidere, quanto ti possa ingiallire i denti, peggiorare l’alito, mutare le abitudini caratteriali, impregnare la pelle tra l’indice e il medio. Oppure lo sai. Ma lo ignori. Quando sorridi e ti senti leggero e appealing, però, non sai nemmeno quanto ti possa far male quell’appuntamento per cui sul momento provi adrenalina, insicurezza, frenesia. Non sai quanto quel prossimo, in quel momento ancora un estraneo, potrebbe diventare familiare, entrando nella tua vita e cambiandoti colore, atteggiamento, sensazioni e piani. Del resto ci si stava uscendo magari senza un vero motivo, in preda ad un attacco d’incoscienza o al massimo per dimostrare qualcosa al mondo o a noi stessi, no?
La prima sigaretta, il più delle volte, finisce in un attimo e ti lascia il vizio per tutta la vita. E quella sensazione del primo appuntamento… quella in quanto tempo brucia, il più delle volte?
Il tango del piccolo chimico...
La
razionalità è un’arte e la fiducia un dono… e le relazioni che durano sono per
le persone che sanno aspettarsi. Sapete, alla fine della giornata c’è quasi
sempre un momento in cui tutte le parole, frasi, espressioni e gesti che mi
hanno colpito ritornano in mente, salgono a galla. Come se il mio cervello
fosse un ruminante, oppure un boa che inghiotte la vita e dopo la rimastica a
piccoli morsi. Oggi la frase che mi è tornata in mente è stata una
considerazione, che non pensavo nemmeno potesse partorire in maniera così
lucida il mio cervello: “Le relazioni con gli altri sono come passi di tango,
in cui un tempo sbagliato porta ad un piede pestato. Si deve guardare negli
occhi l’altro ballerino, poiché il tango ballato male assomiglia al pogare ma
ballato bene è come se si levitasse sul terreno”. Incredibile quali
illuminazioni possano giungere dal glucosio attaccato allo stecco legnoso di un
gelato confezionato, no?
Ferma,
lì, in quel momento di lucidità il mondo e le mie stesse contraddizioni (chi
non ne ha?) mi apparivano così esilaranti. Il mondo. Un immenso ammasso di
formichine con problemi futili che si agitano per una vita e corrono e si
scuotono e s’impegnano alla ricerca di qualcosa che qualcuno, una volta (mannaggia
sua!) ha chiamato “felicità”.
Allora
spendiamo tempo a valutare, a pensare e a calcolare cose e situazioni cui poco
tempo dopo ci riferiremo come “Di cos’è che si trattava?” oppure “Com’era
quella storia? Com’è che era andata? Aspe’ che non ricordo”. Oppure abbiamo la
reazione inversa: trasformiamo in mito circostanze irrilevanti e persone che
sono delle emerite nullità. Dicono sia l’affetto e la gioventù. Io credo siano
le illusioni che, tanto più crescendo, vogliamo darci. Quei sogni che non fanno
svegliare e che lasciamo al nostro cervello per convincerci, con tutti noi
stessi, che qualcosa di positivo ci sia dopo il lavoro, la guerra, il deficit
(ma qualcuno, di grazia, mi sa spiegare dove sia il credito? Qualcuno deve pur
averlo, perdinci!) i folli fondamentalisti che pianificano carneficine, il
comportamento lunatico del genere umano, il traffico e l’addebito per
commissione sulla carta di credito o sul bollettino postale.
E allora
si aspetta e si corre, si parte e ci si ferma, si sorride quando invece si
vorrebbero dare le testate e scuotere le persone declamando “Esci da questo
corpo! Che cazzo dici?!?”. Sì, parlo proprio di quelle persone che non sanno
fare una cosa e ti dicono che sei una schiappa, che non ne hanno idea e
vogliono fare i maestri, che hanno una crisi esistenziale e dicono che sei tu
quello confuso, di quelle che non parlano e cercano di convincerti che sei tu
quello con problemi di comunicazione, di quelle che sono immature e coglione e
sei tu quello serioso. Insomma di quelle che tolleri perché “siamo in tanti su
questo pianeta, in qualche modo si dovrà pur fare” perché “il mondo è bello
perché è vario” perché “la mosca bianca è sempre un paragone” o perché da
bambino non t’hanno regalato il piccolo chimico allora da grande fai esperimenti
sociali.
Alla
fine di questo circo, poi, con calma, con difficoltà, c’è un momento in cui ci
si placa, si viene a compromessi col mondo, si smette di agitarsi e di fuggire:
magari ci si siede e si cercano alibi o conferme. Due secondi dopo, consapevolmente
o inconsapevolmente, si ricerca nuovamente la felicità… sta’ stronza! Che poi,
esisterà davvero oppure è come la leggenda di Billy Barattolo e Paul Mc
Cartney?
sabato 23 luglio 2011
La sottovalutazione delle cozze
Già, il problema alle volte è proprio perdersi in quella piccola scritta “L’amore è una scurreggia nel cuore” tralasciando lo spettacolo meraviglioso che c’è dietro. Come con le cozze: brutte fuori e buonissime dentro. Come con le ostriche: affilato e duro il guscio, tanto splendente e rotonda la perla all’interno. Il problema è che troppo spesso con le persone ci si comporta allo stesso modo. È sempre più raro che impattando contro il prossimo ci si chieda “Cosa lo ha portato qui? Cosa lo rende così?”. Allora abbiamo un mondo pieno di perle non scoperte e gustosi frutti di mare che nessuno consce, mentre scintillanti conchiglie vuote invadono le strade e le nostre vite, derubandoci dei gesti più affettuosi, dei pensieri più profondi, delle energie necessarie ad inseguire un sogno.
Ma fino che a punto, e per quanto tempo, sarebbe giusto aspettare? Quante chance dare al nostro dirimpettaio prima di includerlo in una qualsivoglia forma di catalogazione? I cataloghi il più delle volte sono rigidi, poco funzionali e abbastanza aridi, tuttavia, ne abbiamo bisogno per venire a patti con la nostra vita. E nel frattempo, tra una catalogazione e l’altra, ci perdiamo i dettagli, ci perdiamo i racconti, ci perdiamo quello che si sente dallo stomaco: insomma, ci perdiamo la vita. Le cose più semplici, relativamente ad alcune circostanze, sono le più dannose. Per esempio, camminare con le spalle incurvate può sembrare una posizione comoda ma a lungo termine crea danni alla postura. Oppure le ballerine a suola piatta: a fine giornata si hanno il mal di schiena e le caviglie gonfie (senza considerare che donano realmente solo allo 0,001% delle donne del pianeta). Ancora, l’alcool: sembra piacevole in compagnia ma la mattina seguente i disturbi da assunzione sono i peggiori regali che la vita ti possa fare.
Considerando questi elementi: perché fermarsi ad analizzare una persona in maniera frettolosa e sommaria, in base alle prime impressioni, magari catalogandola nella cartella sbagliata... perché anche questo comportamento non dovrebbe rivelarsi, anch’esso, pericoloso e mortale?
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