"fino a che non va a segno è tutto da giocare"

giovedì 7 giugno 2012

Come Cenerentola a mezzanotte...

 

Alla fine mi hai fregato. E se non fosse per il rispetto che si deve tenere verso chi è passato sull’altra Riva, giuro, che ti riempirei di insulti e schiaffi. Come quelli che ti davo anni fa e che ti facevano sorridere perché, nonostante il mio impegno, riuscivi sempre a pararli e di conseguenza sembravano quelli di una femminuccia. Ed io m’infuriavo. Per tutti questi anni mi hai lasciato una dannata illusione: ci hai lasciato una dannata illusione. E lo so che il nostro, ora, è solo puro egoismo ma tu, grandissima testolina calda, eri la mia prova vivente della teoria “sliding doors”. Io, se non ti avessi incontrato, posso scommetterci l’anima che non sarei stata quello che sono oggi. Forse dovrei anche prendere questa gabbia al collo come il tuo ultimo monito, l’ultimo saluto, visto che l’ultima volta che ti ho abbracciato, ad averne una al collo, eri tu. “Vivi ora, oggi: il domani non puoi conoscerlo” "Non fare troppi programmi: il futuro mica lo puoi sempre pianificare". Parlare di Europa, passare per Villa Fastiggi, Strasburgo e Baia Flaminia non saranno più le stesse, per me, sapendo che tu non ci sei più. C’è ancora da qualche parte una sveglia che suona per l’anniversario della tua laurea e un plico di foto che ritraggono tutte le volte che abbiamo sgamato te e socio biondo a dormire, stravolti dalla stanchezza. Stanotte secondo i Maya doveva finire il mondo o almeno un’era: tu, un pezzo del mio, di mondo, te lo sei portato via. Quello impacciato e ingenuo, quello che si ricorda con l’alone rosa e con i colori saturi, degni dei migliori advertisement. “Sì, laureati pure, poi tanto ce ne andiamo a festeggiare a Capo Horn, facciamo un paio di figli e giriamo il mondo, che te ne pare come programma Fra?”. E forse, di me, avevi già capito tutto. Dormi amico, serafico come ti ricordo io, ma ricorda, anche di là, che certe promesse e certi sogni non finiscono qui.

mercoledì 23 maggio 2012

... Home sweet home?


 
Qual è quel posto che chiamiamo casa? Quello in cui ci togliamo le scarpe o quello in cui c’è qualcosa, seppur minima, che ci strappa un sorriso? Ed ha senso chiamarla ancora casa se ci lascia totalmente indifferenti e lì ci vengono a trovare prevalentemente i ricordi? Il momento di cambiare è quello in cui tocchi il fondo o quello in cui non riesci più a sentire il tocco di nulla? L’altro giorno ad un amico ho chiesto se, durante la sua giornata, avesse sorriso almeno una volta solo per se' stesso. Senza che il sorriso fosse di circostanza, dovuto o forzato da agenti esterni. Quale linea della vita può indicarci la linea di separazione tra quello che dobbiamo alle convenzioni sociali e quanto dobbiamo alla nostra esistenza? Cosa ci starà ad indicare il momento in cui bisognerà dire “alla malora il resto, questo momento non ripasserà per essere vissuto, il momento di viverlo è adesso”? E i progetti, le rinunce, servono a dare significato e continuità al senso di vivere o la vita ce la stroncano e basta, logorandola a poco a poco ogni giorno, con costanza? Quanto aggiungono? E quanto sottraggono, i progetti? Seneca affermava che nessun vento è favorevole all’uomo che non sa verso quale porto sia diretto. Vent’anni fa, oggi, uccidevano un grande uomo che per un progetto ha sacrificato la sua vita. La notizia la ricordo ancora, non capivo la gravità dell’accaduto, non avrei potuto, ero ancora troppo piccola. Ricordo, tuttavia, esattamente, le reazioni di stupore e di sconforto che quella notizia provocò sui volti dei miei genitori: da quelle compresi chiaramente che qualcosa di grave fosse accaduto. Vent’anni dopo e un credito di riconoscenza dopo per quell’uomo dal volto, nonostante tutto, gioviale, non posso non domandarmi come si sia sentito lui. Conosceva esattamente il porto cui voleva arrivare, tuttavia ha incontrato tante tempeste lungo il cammino ed una, purtroppo, gli è stata fatale. Quello che mi chiedo, però, è se potesse ancora chiamare casa quel posto che gli stava voltando le spalle, quella nazione che lo stava abbandonando come oggi abbandona la mia generazione. Mentre aveva il respiro controllato e la vita sorvegliata, quando ormai di una vita degna della spontaneità connessa a questo nome non poteva più godere, in gabbia, c’erano solo ricordi o anche lo sconforto, a tratti, si faceva strada negli angoli reconditi della sua mente? Si sarà mai sentito in colpa per quella scelta di carriera, trasformatasi poi in scelta di vita anche per i suoi cari, per aver scelto anche per loro? Ma soprattutto, tu, Giovanni, fino all’ultimo, almeno una volta al giorno, sei riuscito a sorridere solo per te stesso?

venerdì 18 maggio 2012

Il quaraqquaquesimo

Da che il mondo esiste le persone si sono sempre distribuite tra due grandi gruppi. Insomma da quando l'uomo ne abbia avuto memoria c'è chi fa e chi, purtroppo per lui, semplicemente parla. Questo equilibrio si mantiene più o meno stabile da secoli, tuttavia gli annali registrano, ahimè sempre più frequenti, casi di soggetti affetti da uno strano morbo: il quaraqquaraqquesimo. Il soggetto affetto da tale morbo, anticamente scoperto e prontamente nominato da un popolo geniale proveniente dalla Sicilia,  colpisce prevalentemente soggetti che, a dispetto delle apparenze, godono di bassa autostima, alta immaturità e una buona dose di arroganza. Mescolate tutto con cura e avrete un chiaro esempio di quaraqquaquà. Se per tali malati fosse creato un apposito reparto come per qualunque altro tipo di malattia infettiva, il problema non sussisterebbe: si applicherebbero semplicemente le logiche del ghetto fino a completa guarigione evitando che i sintomi si diffondano per il pianeta. Il problema è che tale epidemia, paragonabile solo alla Sars e alla Peste Bubbonica, viene piuttosto percepita come un semplice raffreddore, sottovalutandone il potenziale pericolo, per cui agli affetti dal morbo è tranquillamente consentita la deambulazione e il contagio del prossimo. Il problema emerge proprio quando un esemplare affetto da quaraqquaquaquesimo viene a contatto con un sano. In tali casi la comunicazione è pressoché impossibile. Ogni logica umana decade e alla parola viene sostituito il puro istinto poiché l'unico modo per comunicare con un quaqquaraquà è cercare di stabilire un contatto simile a quello che si tenterebbe di instaurare con una scimmia. Affidarsi alla razionalità sarebbe una pura follia poiché il quaqquaraquà ragiona secondo logiche e sentimenti animali. Sì, secondo quelli che il Buddismo considera sentimenti 'volgari' come quanti dettati dalla fame, dagli ormoni, dalla paura. Date a un quaqquaraquà cibo, passera e un guscio e potrà quasi sembrare una persona sana. Il vero problema è che le persone sane con cui vengono in contatto i quaqquaraquà sono, appunto, sane ed in quanto tali NON ragionano secondo le logiche malsane dei quaqquaraquà . Però, per uno strano scherzo della vita, tali sani, potrebbero soffrire delle ripercussioni sulla propria esistenza per colpa del semplice momentaneo contatto con un quaqquaraquà . Di questi soggetti, personalmente, purtroppo, ne vedo sempre di più in giro. Non so se io abbia un radar, se ormai l'epidemia sia incontrollabile o se dove abito ce ne sia particolare concentrazione.Tuttavia deve essere una malattia assai antica se già Gioacchino Rossini nel suo Barbiere di Siviglia ne descriveva le controindicazioni. Magra consolazione per i sani è che, se "la calunnia è un venticello" è pur vero che, essendo questi dotati di intelligenza, a differenza dei quaraqquaquà, troveranno il modo di costruire un aquilone per volarci sopra quando la brezza diventerà tempesta.

martedì 15 maggio 2012

Io? Io voglio morì col dubbio...



“Chi non risica non rosica” “Lo que no corre se recorre” “Chi mangia fa briciole”. Questi solo alcuni dei luoghi comuni che mi sono stati rivolti nelle ultime due settimane. E non si sa perché, tali commenti avevano sempre e comunque un ‘non so che’ di riferimento e velato commento circa la mia condotta. Un modo carino per dire “sei una gentilissima scassamaroni ma ti vogliamo bene lo stesso. Insomma: prima o poi ti stancherai anche tu, ti placherai e tornerai nei ranghi”.
Io, invece, sono circa due settimane che mi ripeto che “Voglio morì col dubbio”. Che cosa voglia dire “voglio morì col dubbio”? Significa che realmente mi auguro di spirare con in gola, come un colpo nella canna di una pistola, una domanda: le corde vocali che si muovono cercando di sollevare l’ennesima, magari cazzata, o forse questione vitale.
Adesso qualcuno, di grazia, mi spieghi che diamine ti rimane da vivere se sulla soglia dei trent’anni ti sei dato tutte le risposte o ti sei appiattito a tutte le richieste del vivere comune.
La Mulino Bianco forse saprebbe rispondermi ma temo sia meglio continui a fare i biscotti e a crescere famiglie nella sterpaia, che, appunto, restano ‘miti’ e poco hanno a che fare con il reale. Infatti, trovatemi un trentenne (esclusi piloti, calciatori, ereditieri e narcotrafficanti. ndr.) che oggigiorno guadagni tanto da poter mantenere un mulino, da aver figliato per quattro e  da potersene fregare del prezzo del gasolio per raggiungere la civiltà dall’idillio. Ma, soprattutto, trovatemi un trentenne che, come sostiene un mio caro consigliere, intrapresa l’ipotesi Mulino Bianco non trovi un amico che, paratoglisi davanti, dica “Ma che sei pazzo??? Esci da questo corpo!!!”.
Adesso, posto che la famiglia Mulino Bianco non esiste, posto che la generazione “Ultimo Bacio” sta dando i migliori frutti della sua epoca, qualcuno mi dovrebbe spiegare: perché fingere risposte serie e appiattirsi a crismi societari se poi si devono fare cazzate? Ma, soprattutto, per quale motivo se nessuno, di fatto, in questo caro mondo, rispetta più i crismi sociali, Muccino docet, perché le ragazze, però, sono rimaste sempre quelle povere sfigate per le quali, superata una certa soglia di età: o ti accasi o se non lo fai
-       o sei zoccola
-       o sei zitella
-       o entrambe
-       o qualche problema ce l’hai

Orologio biologico? Cazzate. Bisogno di protezione? Cazzate. Sicurezza? Cazzate. La parola esatta è ABITUDINE. Ci si abitua a piccoli rituali rassicuranti, allo stesso odore, alla smorfia che fa chi ci sta accanto la mattina quando si sveglia. Ci si abitua a conoscere le abitudini alimentari e comportamentali del nostro vicino, l’orario del messaggio della buonanotte e la voce impostata che cercherà di mantenere al telefono se sarà in sbornia. Ci si abitua. E lasciare l’abitudine fa paura: allora questa fuga dall'incertezza, a un certo punto, meglio renderla legale.
Ma questo non è amore. Questa è comodità. Questo il più delle volte non è un percorso: è un accontentarsi.
E ventisette anni sono troppo pochi per accontentarsi.
Anche trenta lo sono.
Forse anche trentacinque.
Le persone, però, sempre più spesso si accontentano, si abituano e poi sbattono la capoccia per la prima cosa diversa che gli passa sotto al naso.
Allora non domandatevi il perché della crescita esponenziale dei divorzi in Italia.
Qualcuno mi ha lasciato un’immagine stupenda, spero non me ne voglia, ma la riporto anche a voi. Un rapporto d’amore è come vedere le scie di due moto che salgono su una collina percorrendo delle curve. I due piloti sanno solamente che sono abbastanza vicini da sentirsi ma abbastanza lontani da non danneggiarsi. Le persone che stanno a valle, però, possono esattamente vederli in parallelo che salgono. Non c’è uno dei due troppo avanti, non c’è uno che sta dietro, salgono in parallelo superando le curve.
Attorno a me vedo molti attori di biscotti e pochi piloti. I piloti si riconoscono lontano un miglio, hanno la luce negli occhi, la calma nella voce, la sicurezza di chi sa che qualora dovesse cadere in pochi secondi qualcun altro si fermerà, abbasserà il cavalletto e arriverà a soccorrerli. Probabilmente, anche in mezzo alle lacrime di dolore e allo spavento, troveranno il modo e la forza per ridere. Gli attori, invece, sono nervosi, insicuri e temono l’abbandono. Si nascondono se sbagliano e piuttosto che mostrare un proprio errore scappano, o peggio, negano. Le loro litigate saranno epiche, la luce del loro legame brucerà veloce come un fuoco d’artificio in una vasca di ghiaccio per lo champagne.
Quindi, a chi da oggi in poi mi farà domande sulla mia vita, risponderò che “voglio morì col dubbio”. Fosse anche il dubbio supremo di tutti gli innamorati, quel ‘ma tu, mi ami?’ perché vorrà dire che per una vita ho cercato e mi sono circondata di persone in grado di darmi risposte, magari farmi domande, ma di certo persone in grado di non a farmi spegnere a tal punto da non aver domande da fare e risate da non respirare.
Io? Io “voglio morì col dubbio”.

domenica 22 gennaio 2012

Waiting on a shadow to go...

" Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi."
(Valeria Parrella, Lo spazio bianco)

Tutti da bambini abbiamo paura del buio, del mostro sotto al letto che venga a portarci via dagli affetti. Poi iniziamo a temere i temporali, perchè in quel momento c'è troppa luce, tutto è così maestoso, gigante, imponente... e noi ci sentiamo troppo piccoli e troppo nudi per spiegarci quell'immensità. Quando diventiamo grandi, infine, forse a spaventarci sono le ombre. Più o meno piccoli spazi bui che vivono al limite contingente della nostra quotidianità, della luce, del familiare. Ombre che, gomito a gomito con la sveglia sul comodino, quella luce e quella familiarità ce la possono strappare via senza lasciarci nemmeno il tempo per rendercene conto. Sono angoli d'oscurità che hanno la cadenza di un rubinetto che perde e la forza di un fiume che scorre. Lente, inesorabili, si depositano nei nostri segreti più incoffesabili e lì maturano e s'ingigantiscono come una colonia di batteri. Qualcuno un giorno mi disse che "è solo guardando fisso nell'ombra che un occhio riacquista la vista". Ma non raccontò nulla del passaggio traumatico tra la luce e l'ombra, di quell'istante in cui visioni apocalittiche e confuse si presentano davanti agli occhi: farfalle, pulviscoli che si librano nell'aria e piccoli vermi che sembrano volare, il tutto condito da una sensazione che sembra trafiggerti il cervello. Di tutto questo mi aveva già raccontato la Vita. Forse, ancora una volta, è solo quello che chiamano "crescere" e "andare avanti" e poi, del resto, citando un celebre libro, non si dice forse che se si vogliono vedere le farfalle, che dicono essere così belle, si debbano sopportare prima i bruchi?

domenica 18 dicembre 2011

Circular treasure hunt...

"... Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l'ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: "E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch'io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l'altra metà Jekel!". E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata "Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel". "Ricordati bene di questa storia - aggiungeva allora Rabbi Bunam - e cogli il messaggio che ti rivolge: c'è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare"..." 
(Martin Buber)

POST IT: Mai cercare altrove quanto puoi trovare in te stesso...

lunedì 28 novembre 2011

Whatever will be, whenever will be, have a safe travel in your life...

"... La fretta non ha mai pace...
Assapora ogni cosa di quella terra, madre di tutte le
terre, che attraverserai... 
Fermati, talvolta, ed ascolta i suoi silenzi carichi di
mille parole... 
Togli le scarpe e, a piedi nudi, trai la sua forza ed energia... 
Lei ti proteggerà e ti guiderà...
Buon viaggio uomo, 
perchè solo chi è uomo può fare
ciò che tu ti appresti a fare..."

(Proverbio Kenyota)