Se tu avessi trascorso il tempo che impieghi a dar fastidio alla mia vita a cercare di fartene una, ora ne avresti una tutta tua. Forse migliore. Di sicurò meno misera. Ma io, sulla tua miseria, ci ballo. A passi veloci. Poi lenti. Con le scarpette leggere. A far fluire la rabbia, a sputare il veleno che hai lasciato in giro. Perchè, nonostante tutto, io rido: e non esiste peggior dispetto che la felicità.
Se "Una farfalla, sbattendo le ali in America, potrebbe provocare un ciclone in Asia" allora ogni passo che facciamo in una qualsivoglia direzione potrebbe potenzialmente sconvolgerci la vita.
"fino a che non va a segno è tutto da giocare"
mercoledì 26 giugno 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Pantha Rei
E poi ritrovarsi ancora qui. Ancora così. Una valigia per terra, lavatrici da fare, biglietti nelle tasche, ricevute e ancora quella sensazione. Quella che per la prima volta hai provato a quattordici anni, che ancora, di tanto in tanto, non t’abbandona. Quella per cui tuo fratello ti regalò un cd, che citava così “Se hai bisogno di fuggire da un paese con 20.000 abitanti, vuol dire che cerchi di fuggire da te stesso. E da te stesso non fuggi nemmeno se sei Eddie Mercks”.
È quel dolore sordo che si
prova al distacco della pellicina dall’unghia, non si vede, in compenso si
sente benissimo, qualunque cosa si sfiori.
Allora negli occhi ancora il
mare, sulle papille il gusto vellutato dello yogurth e tra i capelli l’odore del
pino e degli alberi in fiore misto a quello delle spezie. E nella mente
realizzare che quanto volevi lasciare in giro continua, in qualche modo, a
seguirti come un’ombra. Come un qualcosa di appuntito che è rimasto incastrato
tra le scapole, che continua ad augurarti buongiorno e buonanotte. Compagno di
viaggio anche davanti a quelle colonne antiche, quelle, che, per il solo fatto
di esistere ed essere resistite, sono una Sinfonia alla vita. Camminare
realizzando che su quelle stesse pietre grandi filosofi e uomini e storie e
offerte agli dei son passate. Sentirsi una formica con un peso profondo e
straziante ma, dal basso di quei pavimenti levigati, assolutamente irrilevante.
Quante cose hanno visto quelle colline? Quante persone scalze, con sandali, con
scarpe diverse, in base alle mode del momento, avranno camminato sulle stesse
pietre in compagnia del medesimo peso?
E poi, quando lo sguardo si
rabbuiava, trovarti nel mezzo di un Gineceo, che esiste davvero, non è solo nei
libri di Storia antica. E capire quanto, scioccamente, hanno perso i popoli
occidentali in nome del progresso. Donne che in un’altra lingua apportavano
parole e aneddoti, come balsami, a lenire l’anima e abbracci, a cercare di
riscaldare il cuore. Tornare a casa con un biglietto d’aereo, una relazione
consolidata con lo Tzatzichi, un bagaglio d’amore, un po’ di paura per il futuro
e una frase, di un’anziana saggia “Ricorda, piccina, che la qualità di una
relazione si vede dalla qualità della separazione”. Uscire di casa e ritrovarti per caso
lì, incapace di curarti del mio peso, scoprire che la tua opera di ostracismo
continua e risentire nelle orecchie l’altro aforismo, quello di una giovane
saggia “Peggio di un uomo stronzo, c’è solo un uomo ragazzino che, forse, non sarà
mai capace di diventare un uomo”. Sentirsi il cuore liofilizzato. Poi
ringraziare la Vita perché, quando, quel liofilizzato, stai per spazzarlo via
credendo sia, ormai, lui polvere inutile e tu una completa idiota rincoglionita,
in quel momento, Lei, ti manda qualcuno con la colla e un abbraccio. E sì, non
ci capirai un cazzo, non ti farai mai i fatti tuoi in nome del "vivi e lascia vivere" e crederai, scioccamente, ancora
di poter cambiare il mondo partendo dai singoli ma, in fin dei conti, certe
circostanze, a sprazzi, sembrano suggerire che tra te e Gengis Khan, ancora un
po’ di spazio, c’è.
venerdì 5 aprile 2013
Pregio o Follia?
La chiamano sensibilità e mentre lo dicono hanno quasi un riso di scherno sul volto, un ghigno, quel cinismo di chi crede di aver già capito tutto su come gira il mondo.
Dimenticano, però, che di quella forza è intriso il riso dei bambini, le bocche socchiuse, i nasi all'insù, lo stupore degli anziani, l'occhio dei fotografi che con i loro scatti tolgono il fiato a questi stessi cinici.
Di quello "scherno" sono dense le parole dei poeti e le note dei musicisti, quelle sinfonie che fanno da colonna sonora alla vita dell'umanità.
Su quella tanto derisa "sensibilità" sono stati costruiti i mattoni delle rivoluzioni, sono state cucite le vele dei marinai verso nuovi mondi e rattoppate quelle, ormai a brandelli, sulla via del ritorno.
Di questa "vergogna" si nutrono i muscoli degli artisti che a tratti veloci dipingono e costruiscono un mondo, magari non reale, ma di certo, il più delle volte, migliore.
Una porta verso l'infinito e una valvola di sfogo per la pazzia di questa quotidianità. Qualcuno che oltre a specchiarsi in un lago tranquillo osa immergere un dito per scoprire che
"qualcosa di più deve esserci oltre tutto questo".
"qualcosa di più deve esserci oltre tutto questo".
Preservala, nutrila, coccolala, curala: sarà il polmone della vita. Nonostante gli amori e i dolori, nonostante sarà a pezzi, sarà dannata, maledetta, abbandonata, rinnegata fa' sì che non sia mai rimpianta. Un giorno, quando tutto sarà buio sarà la luce, la tua luce, personalissima ed unica, per poter vedere, anche al buio, in un mondo cieco.
mercoledì 3 aprile 2013
Con un filo di voce o forse di più...
"... Leggi il pensiero e non dire che lo sai leggere.
Sarà il nostro
segreto.
Leggi queste mie mani massacrate, amore mio e tirane fuori la
vita.
Leggi il mondo.
Leggilo bene.
Senza
inciampare.
Ché il mondo gira su un asse, e dopo 24 ore torna allo
stesso punto.
Non aver paura del buio e della luce.
Non aver paura,
credi, in generale.
Queste sono le uniche parole che riesco a dirti
amore mio.
Le ultime forse.."
giovedì 21 febbraio 2013
Siamo proprio una generazione di disadattati...
Poi realizzi che non sai da dove cominciare, o meglio, lo
sai perfettamente ma la messa in pratica è tutt’altra cosa: dovresti partire da
te. Massimo Troisi diceva “Ricomincio da tre” perché due punti fissi nella vita
li aveva: io devo fare una ricognizione dei miei. E poi ricominciare, guardare
avanti, cercando di aver rispetto per i ponti che hai attraversato dietro di
te, anche se a volte è impresa ardua.
Nel mezzo del Kaos, in cerca del Kosmos, in quel pandemonio
che si chiama vita, come molti, forse come tutti, alla ricerca di me.
Solo che quando ti rendi conto degli errori di calcolo,
forse, la storia diventa più complessa. La vita ha davvero a che fare con i
propri equilibri, oppure è giusto sbilanciarsi e fidarsi del prossimo
mettendoli in discussione in nome della condivisione?
E quando vedi che quello che stai percorrendo è una strada
in discesa verso un burrone, quanto devi assaporare l’adrenalina e la vertigine
prima di fermarti e tornare indietro?
Ma, soprattutto, perché quando ti sembra di essere lontano
dal pericolo può capitare di sentirti come affetto dalla “Sindrome di
Stoccolma”? Certe situazioni e certe persone sono bravissime a fomentarla…
E in tutto questo la morale? Perché rompi il cazzo sulla
politica e sul qualunquismo, sulla mancanza d’iniziativa se la persona che ti
vive accanto, e che tu definisci tuo amico, sputa a bocca piena sulla terra dei
tuoi padri e tu non dici nulla, anzi, lo assecondi?
Crediamo davvero che “il vivi e lascia vivere” conservi in
sé meno colpe di chi brandisce un’arma e compie una strage? Credo che il tempo
dei silenzi “costruttivi” sia finito, nella nostra comunicazione 2.0 politically correct siamo già abbastanza
zitti e nell’angolo.
L’altro giorno una mia amica mi ha riportato una frase
illuminante “Ieri ti mettevano incinta, oggi ti mettono in Copia Conoscenza”.
Verissimo. Concordo con lei. Siamo una generazione di disadattati, di
handicappati sentimentali, di gente che, attaccata alle tastiere e ai cellulari
- mi metto in prima fila – crede di mostrare i denti e gli attributi: invece
finisce per dimostrare solo ignavia, poco carattere e un’insicurezza al limite
del patologico.
Tanto meglio allora quando la politica era fatta in piazza,
quando per un litigio ci si prendeva a cazzottate, quando addio ce lo si diceva
con una bella litigata e magari qualche sberla volante, piuttosto che con frasi
sterili come “siamo culturalmente incompatibili”. Meglio quando se eri
contadino eri chiamato “cafone” e se eri signore lo eri per nascita, invece di
sparare “supercazzole” sul “sogno americano” sulla “meritocrazia” sul “studia e
impeganti che poi arrivi in alto”: per chi non se ne fosse accorto le lobby
esistono ancora, non sono mai scomparse ed hanno solo cambiato costume. Ora si
addobbano da proletarie ma si puliscono le mani con l’amuchina dopo averle
strette a coloro che ritengono “inferiori”.
Al tempo di Cesare al popolo davano pane e giochi: ora ci
danno un nuovo modello di tablet al mese, quattro stagioni della moda, una
decina di reality per farci i fatti di casa altrui – così non vediamo quelli di
casa nostra – un consulto con lo psicologo di turno, uno con lo stylist – così
ci teniamo su col morale e facciamo girare l’economia – e 1 giga di traffico
dati in comodissime rate triennali per commentare più comodamente tutto il fumo
che ci hanno messo negli occhi.
E noi? Noi a testa bassa abbiamo imparato che eravamo sempre
i più piccoli, la generazione X, che da noi non ci si poteva aspettare nulla (quindi
perché mai contraddire le attese?) che l’unica soluzione era andare all’estero,
in un “altrove” mostrando, per l’ennesima volta, la scarsità di coglioni per
affrontare il mondo e lottare per quello che c’è da fare qui.
Noi abbiamo dimenticato come si dice “ti amo” provandolo,
come una sana rissa tra amici potrebbe evitare i cervelli bruciati per la solitudine,
come i comportamenti piccolo-borghesi e politicamente corretti non portino ad
altro se non ad accumuli di rabbie e frustrazioni.
Io, personalmente non vorrei lasciare ai miei figli, se mai
ne avrò, un mondo per cui debbano vergognarsi di me, per questo, sebbene l’idea
di emigrare a volte sia morbida e avvolgente come un maglione di cachemire, poi
rimango qui.
Al liceo mi rimase in mente questa poesia: Itaca è qui. La
carne, il sangue, la passione sono in noi. E a chi mi dice che sono nervosa, adrenalinica,
impaziente non posso che rispondere che questo è il mio viaggio e che Ulisse,
in fin dei conti, non si è mai fermato.
ITACA
Quando
inizierai il tuo viaggio verso Itaca,
prega che la strada sia lunga,
ricca di avventure, ricca di conoscenza.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone furioso – non averne timore:
non ne incontrerai mai sul tuo cammino,
se i tuoi pensieri rimarranno alti, se una gentile
emozione accarezzerà il tuo spirito e il tuo corpo.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone selvaggio, non li incontrerai mai
se già non li porti dentro la tua anima,
se l’anima non li frapporrà ai tuoi passi.
prega che la strada sia lunga,
ricca di avventure, ricca di conoscenza.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone furioso – non averne timore:
non ne incontrerai mai sul tuo cammino,
se i tuoi pensieri rimarranno alti, se una gentile
emozione accarezzerà il tuo spirito e il tuo corpo.
Lestrigoni e Ciclopi,
Poseidone selvaggio, non li incontrerai mai
se già non li porti dentro la tua anima,
se l’anima non li frapporrà ai tuoi passi.
Prega
che la strada sia lunga.
Che le mattine d’estate siano molte, quando
con grande piacere, con grande gioia,
entrerai per la prima volta in porti mai visti;
fermati ai mercati fenici,
compra le merci migliori,
di madreperla e corallo, ambra ed avorio,
caldi profumi di ogni genere -
profumi caldi quanti ne puoi portare.
Visita molte città egizie,
per imparare ancora ed ancora dai sapienti.
Che le mattine d’estate siano molte, quando
con grande piacere, con grande gioia,
entrerai per la prima volta in porti mai visti;
fermati ai mercati fenici,
compra le merci migliori,
di madreperla e corallo, ambra ed avorio,
caldi profumi di ogni genere -
profumi caldi quanti ne puoi portare.
Visita molte città egizie,
per imparare ancora ed ancora dai sapienti.
Tieni
sempre Itaca a mente:
raggiungerla è il tuo ultimo scopo.
Non affrettare però minimamente il viaggio,
meglio lasciarlo durare molti anni;
attraccare alfine all’isola quando sarai vecchio,
ricco di tutto ciò che avrai raccolto per strada,
senza pretendere che Itaca ti offra altri tesori.
raggiungerla è il tuo ultimo scopo.
Non affrettare però minimamente il viaggio,
meglio lasciarlo durare molti anni;
attraccare alfine all’isola quando sarai vecchio,
ricco di tutto ciò che avrai raccolto per strada,
senza pretendere che Itaca ti offra altri tesori.
Itaca ti
ha donato il Viaggio meraviglioso.
Senza di lei tu non saresti mai partito per la tua via.
Essa non ha null’altro da offrirti.
Senza di lei tu non saresti mai partito per la tua via.
Essa non ha null’altro da offrirti.
Se la
troverai povera, non credere che Itaca t’abbia ingannato.
Saggio come sei diventato, con sì tanta esperienza,
avrai già compreso cos’Itaca realmente rappresenti.
Saggio come sei diventato, con sì tanta esperienza,
avrai già compreso cos’Itaca realmente rappresenti.
martedì 13 novembre 2012
Time after time ...
E
poi ti trovi così, d’un colpo, quando meno te lo aspetti: grande. I capelli
bianchi di tuo padre, tua madre un po’ più curva ed il peso del mondo che senti
premere sulle tue spalle. Capisci che il tempo delle risposte urlate, della
contestazione, della post adolescenza è bello che finito: quelle persone che ti
hanno cresciuto sono più simili a bambini che ad adulti. Vorresti ancora
tendere la mano per chiedergli il gettone per le giostre oppure metterti in
religioso silenzio ad ascoltare le loro mille risposte ai tuoi perché. Invece
no. Adesso sei tu a dover dare risposte, tu a dover spiegare loro, alle persone
che ti hanno cresciuto, come funziona, come gira il fumo, cosa significano quei
mille tastini “touch” che a volte mandano in confusione te, che ci sei
cresciuto, figuriamoci loro. La pacchia è finita. Lascia la felpa col cappuccio
e punta la sveglia alle 6.45: questa è la vita, ora tocca a te. E anche se
accanto hai qualcuno a condividere con te questo trauma, anche se hai una
spalla diversa su cui appoggiarti per riprender fiato, anche se tutti ti dicono
che “poi ci fai l’abitudine” ma “mai fino in fondo” credo che per quanto si possano
formare rughe sul volto nessuno sia mai pronto quando si tratti di fare un po’ da
genitori ai propri genitori…
mercoledì 15 agosto 2012
Un tempo per aspettare, un tempo per remare
Ferragosto a Peniche. E dalla pace il crollo. Oceano che si gonfia, vento offshore e pareti pronte a spalmarti senza misericordia sulle spume. Poi tempeste di sabbia, nuvole gravide e grigie che corrono veloci. Il vento che ti entra nei vestiti e ti preme contro il viso fin quasi a soffocarti il respiro. Infine la pioggia, a secchiate, violente, a pungere la pelle, a togliere il sonno: a rendere un inferno quanto sembrava un paradiso.
Appannato, freddo, confuso, umido tanto da avere l'impressione di essere appena usciti da una doccia, di veder doppio. In tutto questo i ragazzi sono fuori e solo il Lord dell'Oceano sa come torneranno a casa. Ed io, un po' preoccupata, lo sono: perché in fondo si è sempre un po' tesi quando si lascia alla mercè del caso qualcosa a cui si tiene. Mia mamma mi ripete sempre che ci vuole più amore a lasciar andare libero quanto si ama piuttosto che a tenerlo vicino: vedere la sottoscritta. Senz'altro ci vuole più coraggio. La consapevolezza e la speranza che il Cosmo ti rimandi quanto hai lasciato andare affinché il ritorno sia una libera scelta e non una costrizione. Aspettare. Sono anni che ci provo aggrappandomi a un pezzo di polistirolo levigato al vetro ma una parte di me sembra non volerne sapere: come una quindicenne chiusa in camera il sabato sera. Allora in mezzo a quell'Oceano con le pareti da un metro è mezzo che, a volte, è la mia vita mi chiedo se ci sarà mai qualcuno ad urlarmi "paddle". Ma talvolta non basta aspettare. E non è sufficiente remare. Come ieri mi ha urlato qualcuno, alle volte si deve remare come se si remasse "per la propria vita": profondo, veloce, morbido sull'acqua, attento e nonostante le migliori intenzioni, quasi sicuramente doloroso. Quando remi per un'onda con una parete ripida e scoscesa devi essere certo di volerla prendere, senza esitazioni: devi remare come se remassi per salvare la tua vita.Sarà sicuramente spaventoso, forse esasperante e a tratti difficile e laborioso: ma potrebbe essere l'esperienza più bella da raccontare ai nipoti. In mezzo ai lividi, il Vento, talvolta, non ti chiede se sei pronto ad aspettare, piuttosto ti dice "Hey, baby, hai davvero gli attributi per remare?"
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