"fino a che non va a segno è tutto da giocare"

domenica 22 gennaio 2012

Waiting on a shadow to go...

" Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo. […] Io non so aspettare e non voglio farlo, nell’attesa i mostri prendono forma e si ingigantiscono, mangiano le ore per crescere e mangiarmi."
(Valeria Parrella, Lo spazio bianco)

Tutti da bambini abbiamo paura del buio, del mostro sotto al letto che venga a portarci via dagli affetti. Poi iniziamo a temere i temporali, perchè in quel momento c'è troppa luce, tutto è così maestoso, gigante, imponente... e noi ci sentiamo troppo piccoli e troppo nudi per spiegarci quell'immensità. Quando diventiamo grandi, infine, forse a spaventarci sono le ombre. Più o meno piccoli spazi bui che vivono al limite contingente della nostra quotidianità, della luce, del familiare. Ombre che, gomito a gomito con la sveglia sul comodino, quella luce e quella familiarità ce la possono strappare via senza lasciarci nemmeno il tempo per rendercene conto. Sono angoli d'oscurità che hanno la cadenza di un rubinetto che perde e la forza di un fiume che scorre. Lente, inesorabili, si depositano nei nostri segreti più incoffesabili e lì maturano e s'ingigantiscono come una colonia di batteri. Qualcuno un giorno mi disse che "è solo guardando fisso nell'ombra che un occhio riacquista la vista". Ma non raccontò nulla del passaggio traumatico tra la luce e l'ombra, di quell'istante in cui visioni apocalittiche e confuse si presentano davanti agli occhi: farfalle, pulviscoli che si librano nell'aria e piccoli vermi che sembrano volare, il tutto condito da una sensazione che sembra trafiggerti il cervello. Di tutto questo mi aveva già raccontato la Vita. Forse, ancora una volta, è solo quello che chiamano "crescere" e "andare avanti" e poi, del resto, citando un celebre libro, non si dice forse che se si vogliono vedere le farfalle, che dicono essere così belle, si debbano sopportare prima i bruchi?

domenica 18 dicembre 2011

Circular treasure hunt...

"... Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l'ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: "E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch'io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l'altra metà Jekel!". E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata "Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel". "Ricordati bene di questa storia - aggiungeva allora Rabbi Bunam - e cogli il messaggio che ti rivolge: c'è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare"..." 
(Martin Buber)

POST IT: Mai cercare altrove quanto puoi trovare in te stesso...

lunedì 28 novembre 2011

Whatever will be, whenever will be, have a safe travel in your life...

"... La fretta non ha mai pace...
Assapora ogni cosa di quella terra, madre di tutte le
terre, che attraverserai... 
Fermati, talvolta, ed ascolta i suoi silenzi carichi di
mille parole... 
Togli le scarpe e, a piedi nudi, trai la sua forza ed energia... 
Lei ti proteggerà e ti guiderà...
Buon viaggio uomo, 
perchè solo chi è uomo può fare
ciò che tu ti appresti a fare..."

(Proverbio Kenyota)

domenica 20 novembre 2011

Life is life


Orecchie che fischiano, pensieri che passano. Coincidenze. Riflessioni. Amici persi, amici ritrovati, nuovi amici. Tutto questo mi sembra una giostra impazzita. Una di quelle che potrebbe essere uscita tranquillamente da un romanzo di Stephen King o forse da qualche grottesca commedia alla Woody Allen. In fin dei conti noi non siamo tanto differenti dagli atomi. Ci incontriamo, ci scontriamo e se il legame non è abbastanza forte, allora ci lasciamo. In fin dei conti siamo fatti di atomi, perché dovremmo comportarci diversamente? Investighi, ti interroghi, filosofeggi, fai progetti di muri nuovi su cui costruire nuovi orizzonti. Compri persino la vernice e lo stencil. Ripeti a te stesso che la svolta è vicina e accanto a questo pensiero metti un post-it con la variabile sofferenza da diminuire. Giorno dopo giorno. Come un programma dimagrante. Poi in due secondi realizzi che non serve a nulla perché il software statistico che guida la tua, di vita, fa come dannatamente gli pare. Se la ride mentre tu cerchi risposte ad eventi assolutamente assurdi e impensabili. Le probabilità sono da super Enalotto. Invece è solamente la tua vita. Forse, anzi sicuramente, avresti preferito essere milionario piuttosto che andare a letto con l’ennesimo quesito senza risposta. Ma tutto ciò, pare abbia affermato una volta qualcuno, “è solamente la vita”.

venerdì 30 settembre 2011

The T-shirts don't fit anymore...

Alcuni le chiamano regressioni. Altri invece fughe dalla realtà. Gli psicologi le definirebbero forse come “valvole di sfogo” per il cervello. 
Fatto sta che per quasi tutti gli esseri viventi di sesso femminile (e non) giunge quel momento in cui, guardandosi vagamente allo specchio, s’improvvisano improbabili karaoke in playback, shakerandosi in un movimento sgraziato che potrebbe, vagamente, assomigliare all’atto del ballare. 
In quel momento si hanno due anni. 
O forse, in quel momento, si è capita l’essenza della vita. 
In fin dei conti, tutti i problemi vengono relativizzati se posti a confronto con problemi più grandi. Come quando al liceo l’interrogazione appare un dramma esistenziale e, in seguito, una cazzata planetaria una volta giunti nel mondo degli adulti e, magari, del lavoro. 
Relativizzare.
Allo stesso modo, è solo quando la musica solletica i timpani da confondere i pensieri che si potrà distintamente sentire il rumore che fa l’anima. 
In quel momento, con i battiti che rombano nelle orecchie, forse, solo allora, si riuscirà a non raccontare cazzate alla parte razionale di noi stessi. In quella cascata di felicità e malinconia si sarà forse realmente sinceri. In quel caos si potrà ascoltare.
Un famoso film suggeriva di ballare ad occhi chiusi saltando con un braccio teso in aria.
Sono momenti che si vivono e basta. In silenzio. In solitudine. Con un retrogusto di vergogna. S’intuiscono ma non si condividono apertamente.
È come la maglietta preferita dell’adolescenza: vecchia, bucata e stinta ma che non si ha il coraggio di buttare perché ricorda bei momenti e aspettative in seguito relativizzate.
Rovistando nell’armadio stasera l’ho ritrovata. 
L’ho indossata di nuovo. 
Era corta: ma sapeva di buono.

domenica 11 settembre 2011

Next stop... best stop! Ironic, isn't it?



Avete mai pensato a quante situazioni ironiche si verificano nell’arco di una giornata e quante di esse siano insite all’interno della natura umana? Ad esempio, personalmente, mi chiedo come sia possibile che le papille gustative che riconoscono i veleni, sulla lingua di un essere umano, siano quelle posizionate più in fondo, raggiunte le quali è impossibile sputare il veleno e si sarebbe, di fatto, condannati a morte. È come il tramonto su un’autostrada mentre sfrecci a tutta velocità verso casa, così bello da farti rischiare la distrazione e lo schianto. È come l’imperituro gioco delle relazioni che non sono mai simmetriche ma sempre complementari e, per giunta, con timing sbagliati, il più delle volte. È come il linguaggio umano, un codice che il più delle volte annulla la forza di quanto si sta provando nel momento stesso in cui si esprime tale sensazione a parole. È ironico come dire addio senza volerlo dire. È duro come volere qualcosa e andare esattamente nella direzione opposta, facendo scelte che allontanano dalla meta invece di avvicinare. Del resto Simon stesso affermava che “La razionalità non assicura intelligenza. Assumere che le persone hanno spesso ragioni coerenti con ciò che fanno è affatto differente dall’assumere che esse sicuramente selezionano quelle azioni che sarebbero oggettivamente ottimali alla luce dei loro obiettivi”. La contraddizione ci rende ironici, l’ironia ci rende deboli, la debolezza ci rende umani.

domenica 21 agosto 2011

Back to the waves...

Tornare alle onde, a quell’universo apparentemente banale e tanto unico che può comprendere solo chi lo abbia vissuto. Tornare a quel vento freddo che ti entra dritto nel collo, provocandoti un brivido che attraversa la schiena e ti fa sentire vivo. Tornare a quell’Oceano tanto immenso che ha la voce della coscienza, del te più profondo, a cui proprio non puoi mentire. Tornare a stare seduto su un minuscolo pezzo di resina nel mezzo di una potenza, sentire quella forza e la tua nullità, guardando un fondale cieco che fa tanta più paura quanto più complicato è il tuo Es.
Tornare ad aprire una porta a perfetti sconosciuti con la voglia e il presentimento che, ben presto, saranno la tua famiglia, o almeno una parte irremovibile e indimenticabile della tua vita. Quel tipo di persone delle cui storie, dei cui insegnamenti, racconterai ai tuoi nipoti. Lasciare a casa tutto: lavoro, preoccupazioni e apparenze, per approdare, poi, in un posto sospeso nel tempo, in cui non ricordi giorni ed ore se non quando il tempo, inesorabile, viene a chiedere il conto per la partenza.
Capire che le chiacchere che solitamente ti circondano, il “chi sei” “cosa fai” e più o meno direttamente il “cos’hai”, bhè, sotto l’ala protettrice di quel vento umido, non servono a nulla. E non interessa nemmeno di esser magri o grassi, con la manicure perfetta o con la muta più “figa” perché quello che sei lo dimostri in un sorriso e nel coraggio di affrontare quell’immensità. Tutt’insieme ma al contempo ognuno per sé.
Perché quando fai surf non stai solo praticando uno sport, stai imparando come maneggiare la tua vita. E l’Oceano te lo insegna subito. Non ti fa sconti, non è delicato, non ti aspetta, ma, ben presto, ti ritrovi a parlare con lui come si fa con un amico: con il tuo migliore amico.
Allora comprendi come un passo in più possa significare uno schiaffo in faccia da un’onda che s’infrange, come a volte, certe onde, siano più grandi di te e allora sia necessario puntare i piedi per non indietreggiare, come altre volte, quelle stesse onde, ti possano passare sopra senza recarti danno, mentre altre volte ancora richiedano apnea e mani in testa, per pararti da quello che credevi il tuo appiglio più solido: la tua tavola. Spesso, però, capita anche che l’unica cosa che rimanga da fare sia sedersi nel mezzo di quella distesa d’acqua, sentire il freddo di quel vento gelido che ti attraversa la schiena, la pelle d’oca, i muscoli che si contraggono e... aspettare. Aspettare l’onda perfetta o almeno la migliore della giornata. Senza dubbio, quella che ti consenta di stare in equilibrio sulla tua tavola da surf o, molto più probabilmente, solo sulla tavola della tua vita.